Quanto vale la space economy in Italia

Due rapporti, Istat e See Lab, offrono stime molto diverse. Sulla necessità di costruire standard comuni per valutare un’economia in rapida espansione

DI EMILIO COZZI E MATTEO MARINI

Osservando due rapporti stilati da enti prestigiosi, la domanda sorge spontanea: in Italia qual è il reale valore della space economy? Il primo report, presentato lo scorso 9 dicembre, è nato dalla collaborazione tra l’Istituto italiano di statistica, l’Istat, e l’Agenzia spaziale italiana (Asi). Quantifica l’economia spaziale nazionale in base alla produzione: 8 miliardi di euro, impiegando poco più di 23 mila addetti e con un valore aggiunto di 2 miliardi di euro, pari allo 0,1 percento del Prodotto interno lordo. Notazione non di poco conto: i valori si riferiscono al 2021, su richiesta di Eurostat come studio pilota, fanno sapere da Istat. 

Produttività e internazionalizzazione

La ricerca rileva un ecosistema vivace: “Una produttività del lavoro di circa il 65 percento maggiore rispetto alle unità produttive non space (84,8mila euro per addetto vs. 51,3mila) – si legge nel rapporto – le imprese operanti nell’upstream mostrano una maggiore propensione alla partecipazione ai mercati internazionali rispetto al resto delle unità produttive: del 77 percento superiore a quello riscontrato nel resto dell’economia. Con riferimento alle esportazioni di beni, le imprese upstream mostrano, infine, anche un più elevato numero di mercati di destinazione (11,6 Paesi contro 7,5) e una maggiore differenziazione merceologica (13,1 prodotti contro 9) al confronto con le altre unità produttive“.

A livello territoriale “poco meno del 90 percento dell’attività space si concentra nelle aree del Centro e nel Nord-Ovest del Paese, occupando complessivamente poco meno di 12 mila addetti. Le regioni che contribuiscono principalmente alla formazione del valore aggiunto e all’occupazione sono Lazio (0.8 miliardi di euro di valore aggiunto, 8 mila addetti), Piemonte (0,2 miliardi, 2,2mila) e Lombardia (0,7 miliardi, 8,3mila)“. 

Andrebbe ribadito che, a differenza di quanto avveniva un quarto di secolo fa, nello spazio in quattro anni cambia tutto. Cosa effettivamente successa. Basti pensare ai test di Starship, all’avvento del New Glenn di Blue Origin, alla crescita di Starlink, in Italia agli investimenti del Pnrr per le space factory (che quattro anni fa erano solo un’idea), ai successi di D-Orbit e Argotec, Iride e ai nuovi propulsori Avio. Beninteso, l’Istat ha i suoi tempi per analisi accurate e scientificamente ineccepibili. Motivo per cui il prossimo rapporto, sul 2024, è previsto nel 2027. 

Come si calcola l’economia spaziale

Il problema riflette una delle difficoltà più grandi di questi anni: calcolare l’esatto valore dell’economia spaziale. 

Le differenze tra i due rapporti si esplicitano bene se si analizza il medesimo anno di riferimento: il 2021. “I valori stimati per la space economy sono pari a 3,4 miliardi di euro di fatturato e 13,2 mila addetti nel 2021” specifica in una nota Simonetta Di Pippo, direttrice del See Lab. Meno della metà del valore indicato dal dossier Istat/Asi. Secondo l’esperta, questo potrebbe essere dovuto a fattori differenti. Il più macroscopico è il campione di riferimento. “Lo studio Asi/Istat include, oltre alle imprese ed enti privati, anche alcune categorie di enti pubblici (per esempio università e centri di ricerca). Il SeeData, invece, è focalizzato esclusivamente sul settore privato e, al più, su iniziative di partenariato pubblico-privato (PPP). In più, l’inclusione o l’esclusione di specifiche attività non è oggetto di una definizione condivisa, e questo incide ulteriormente sulla base di riferimento e sui risultati“.

Il SeeData utilizza un approccio definito bottom-up, basato sulla stima puntuale del contributo di ciascuna azienda. In linea teorica i due approcci dovrebbero essere coerenti e complementari, ma nella pratica generano inevitabilmente risultati numerici differenti. Anche l’Istat utilizza un approccio bottom-up, conferma Federico Sallusti, primo ricercatore presso la direzione di Contabilità nazionale dell’Istat, e responsabile del “conto satellite” (il calcolo economico di uno specifico settore) dell’economia spaziale: “Il nostro è un metodo basato sui microdati di impresa. Nell’identificare quali sono le imprese che sono dentro il perimetro dell’economia dello spazio, abbiamo una serie di metodi che ci consente di definire anche in quale quota. Una grande azienda come può essere, per esempio, Leonardo, fa anche space, ma non solo quello. All’interno delle imprese manifatturiere che abbiamo dentro questa survey, possiamo andare a definire esattamente la quota space e la quota non space sulla base dei codici che sono presenti nelle linee guida“. Le linee guida sulla perimetrazione dell’economia spaziale sono quelle indicate da Eurostat ed Esa, Oecd e il Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti: una lista di codici prodotto e di codici attività economica.

Qui le cose si fanno più complesse: le classificazioni sono sia di prodotto che di attività economica. “Quando abbiamo informazioni di prodotto, andiamo nello specifico, per il resto ci muoviamo attraverso i codici di attività e per procedura statistica – specifica il ricercatore – una sorta di algoritmo decisionale che, sulla base di caratteristiche come il dominio di attività economica e di produzione, permette di definire qual è la quota di un’impresa che è possibile supporre essere legata alla space economy. Poi abbiamo un database di imprese che ci ha fornito l’Asi. Fatto questo, otteniamo un risultato aggregato che andiamo verificare ex post, perché poi, tutte le imprese inserite dentro a questo database statistico, noi le andiamo a profilare“. 

Il database delle imprese italiane conta oltre 4 milioni di partite Iva. Quelle etichettate come space nel database Istat sono alcune centinaia. Un numero sostanzialmente in linea (che l’Istat non divulga) con il bacino indagato dal See Lab. 

Riguardo alla differenza tra output (la produzione) e il fatturato, Sallusti specifica che è “attorno a un 10-15%“, mentre la componente che riguarda le commesse a istituzioni no profit come università e centri di ricerca, ammonta a circa 600 milioni. Sono le differenze più significative, come bacino di enti analizzato, tra le due ricerche. Tuttavia nemmeno queste premesse bastano a spiegare una forchetta di quasi 5 miliardi di euro nella stima di un’economia data in rapida espansione.

Definire il downstream

L’ultima osservazione riguarda la componente downstream della space economy, cioè tutte le applicazioni e i servizi abilitati dalle infrastrutture spaziali. Nella sua analisi, l’Istat si concentra molto di più sulla componente upstream, in sintesi, la manifattura e i servizi che servono per costruire, lanciare e far funzionare satelliti e costellazioni. Rispetto al totale, vale 4,2 miliardi; quella downstream circa 3,3. Resta una componente, space derived, che l’Istat definisce come “le attività che producono beni e servizi che possono utilizzare input produttivi upstream nei loro processi di produzione benché non siano necessari (ad esempio, per il controllo da remoto delle infrastrutture di trasporto)“.

L’upstream, per stessa ammissione di Sallusti, è più facile da perimetrare, “è definita meglio da un punto di vista di prodotti e di settori di attività economica“. 

Per chiarire: il downstream è considerato, in tutte le analisi prodotte anche a livello internazionale, come la componente trainante del futuro della space economy. I suoi confini, però, si fanno via via più sfumati e l’Istat, seguendo le linee guida internazionali, ha applicato un approccio più conservativo: “Un conto è l’esistenza del processo produttivo, un conto è la sua efficienza – sottolinea Sallusti – facciamo un paio di esempi: il corriere che recapita un pacco a casa e utilizza il posizionamento satellitare, ma che, quel pacco, potrebbe consegnarlo anche senza sfruttare il navigatore; le televisioni satellitari, come Sky (o, in parte, anche la Rai) che non potrebbero trasmettere senza i satelliti“. In altri termini, il servizio spedizioni non è compreso nel computo downstream, mentre il broadcasting televisivo sì.

Andrebbe ricordato come la crescita dalla space economy sia in atto proprio perché nel suo perimetro rientrano attività che si espanderanno sfruttando nuove opportunità spaziali (si pensi a rapporti come quelli realizzati da Mario Draghi o da McKinsey per il World Economic Forum nel 2024, o a quello più recente della Space Foundation). 

La vera miniera d’oro saranno i dati e i servizi possibili grazie a quelle stesse infrastrutture. Anche in questo caso, la differenza riguarda quanto si decida di allargare l’orizzonte. E dovrebbe essere un computo con definizioni condivise. 

In fondo la si potrebbe considerare questione puramente statistica, oppure presa di coscienza del fatto che, senza lo spazio, saremmo molto più lenti, inefficienti e poveri.



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