Prima Marte, ora la Luna: Musk cambia rotta
- February 26, 2026
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- Category: Emilio Cozzi
SpaceX sposta le priorità, Jeff Bezos accelera con Blue Origin, mentre il programma Artemis della Nasa rallenta. E Pechino incombe
Di EMILIO COZZI
Renderci una civiltà multiplanetaria non è più una priorità per Elon Musk. Anche un satellite naturale può rivelarsi utile.
A inizio febbraio, il patron di SpaceX ha ammesso pubblicamente ciò che molti osservatori sostenevano da tempo: Marte può aspettare, la Luna no. Dopo anni di dichiarazioni roboanti sulla colonizzazione del Pianeta rosso, Musk ha annunciato via X un cambio di priorità radicale: “Per chi non lo sapesse, SpaceX ha già spostato l’attenzione sulla costruzione di una città autosufficiente sulla Luna […] potremmo realizzarla in meno di dieci anni, mentre su Marte ne servirebbero più di venti”.
Le ragioni (tecniche) del ripensamento
Le motivazioni addotte da Musk sono quelle che la comunità scientifica solleva da anni nelle critiche ai suoi annunci visionari: la finestra di lancio verso Marte si apre ogni 26 mesi, quando l’allineamento planetario permette un viaggio di almeno un semestre, mentre la Luna è raggiungibile ogni 10 giorni e con, sì e no, 72 ore di trasbordo. Questa differenza sostanziale consente di “iterare molto più velocemente“, ha spiegato Musk, tralasciando però di menzionare un altro elemento critico: l’esposizione alle radiazioni cosmiche durante i lunghi mesi di navigazione interplanetaria, fattore che rappresenta uno degli ostacoli principali alla migrazione umana verso il Pianeta rosso.
La svolta appare tanto più significativa se si consideri che solo un anno fa, nel gennaio 2025, lo stesso Musk liquidava la Luna come “una distrazione” ribadendo l’intenzione di SpaceX di andare “dritti su Marte“. Il cambio di rotta ha coinciso con l‘acquisizione di xAI da parte di SpaceX, un’operazione che ha creato un’entità non (ancora) quotata in Borsa da oltre mille miliardi di dollari, ma soprattutto con crescenti pressioni dall’amministrazione Trump per conseguire risultati tangibili entro la fine del secondo mandato presidenziale, nel 2028, quando gli Stati Uniti dovranno dimostrare di non aver ceduto il primato spaziale alla Cina.
Il ritardo di Starship
Non andrebbe poi dimenticato che “SpaceX is behind“, SpaceX è indietro. Le parole dell’ex amministratore ad interim della Nasa, Sean Duffy, pronunciate nell’ottobre 2025, sintetizzano efficacemente lo stato di avanzamento del programma Starship. Il nuovo sistema di lancio, deputato a portare i primi astronauti sulla superficie selenica alla terza missione del programma Artemis, non si stacca da terra dal 13 ottobre 2025, quando ha completato l’undicesimo test di volo. Il prossimo decollo del sistema, in una versione aggiornata, è previsto a marzo, cioè quasi cinque mesi dopo il precedente. È un intervallo difficilmente compatibile con le ambizioni di iterazione rapida dichiarate da Musk.
Il calendario di quest’anno prevede test di volo di lunga durata – finora Starship non ha mai completato un’orbita attorno alla Terra – e soprattutto le cruciali dimostrazioni di refueling orbitale, un’operazione indispensabile per trasportare, come promesso, carichi fino a 100 tonnellate sulla Luna. Il traguardo principale resta la certificazione finale: una missione completa verso la Luna, comprensiva di allunaggio e ripartenza senza equipaggio, che dimostri l’affidabilità del sistema per il trasporto umano. Alla luce dei ritardi accumulati, lanciare Artemis III entro la fine del 2027 sembra sempre più un miraggio, nonostante il contratto da quasi 3 miliardi di dollari a prezzo fisso che SpaceX ha firmato con la Nasa e che la vincola a completare le tappe fondamentali prima di essere pagata.
La strategia della tartaruga
Poche ore dopo il post di Musk, Jeff Bezos ha pubblicato su X l’immagine di una tartaruga che emerge dall’ombra. Per chi conosca poco Blue Origin – la compagnia spaziale di Bezos – l’iconografia dell’azienda è ricca di tartarughe, un omaggio alla favola di Esopo in cui la lentezza metodica sopravanza la velocità incostante. Bezos non stava commentando: annunciava di poter vincere la gara lunare “Gradatim Ferociter” – come recita il motto aziendale – un passo alla volta, ma inesorabilmente.
Dietro la provocazione c’è un piano concreto: il 16 febbraio, Blue Origin ha diffuso le immagini di MK1, il prototipo del lander destinato a essere lanciato nelle prossime settimane in una missione dimostrativa sulla Luna. Una versione modificata del veicolo – meno futuristica di Starship, ma potenzialmente più funzionale e affidabile – potrebbe ospitare astronauti già prima del 2029, offrendo a Bezos una possibilità concreta di battere sul tempo sia SpaceX sia la Cina nella nuova corsa al satellite naturale terrestre. Non è un caso che lo stesso Duffy avesse annunciato di voler riaprire il contratto Hls (Human Landing System) alla competizione: “Loro continuano a spostare le scadenze in avanti, e noi siamo in una corsa contro la Cina. Aprirò il contratto e lascerò che altre compagnie spaziali competano con SpaceX“.
Il paradosso è evidente: Blue Origin ha un contratto per Artemis V, non per Artemis III, il che rappresenterebbe un anticipo di almeno tre anni rispetto alla pianificazione originale. L’accelerazione graverà sui contribuenti, certo, ma il costo economico potrebbe far tollerare l’ipotesi alternativa, quella di assistere a un taikonauta piantare la rossa bandiera di Pechino prima di rivedere qualcuno fare lo stesso con le insegne a stelle-e-strisce.
Artemide è in affanno
Il programma Artemis della Nasa continua ad accumulare ritardi che ne mettono a rischio l’intera architettura: pochi giorni fa Artemis II, la missione con equipaggio che dovrebbe sorvolare la Luna, è stata posticipata ad aprile nonostante il successo della prova generale di lancio, il cosiddetto wet dress rehearsal (o Wdr). Durante la notte successiva al test, che pure non aveva evidenziato criticità serie, è stata rivelata un’interruzione nel flusso di elio nel secondo stadio dello Space Launch System. Il razzo Sls è stato quindi riportato al Vehicle Assembly Building per interventi di manutenzione, l’ennesimo contrattempo per un vettore che doveva rappresentare la spina dorsale del ritorno statunitense alla Luna.
La cronologia degli spostamenti nelle previsioni di Musk è emblematica dell’approccio ottimistico – alcuni direbbero irrealistico – con cui il miliardario affronta le sfide dell’esplorazione spaziale: nel 2016 prometteva un atterraggio umano su Marte già nel 2018; nel 2020 si dichiarava “altamente sicuro” di raggiungere il Pianeta rosso entro il 2026, fino ai più recenti annunci, nel marzo del 2025, che indicavano missioni umane per il 2029. La serie di promesse non mantenute alimenta lo scetticismo nella comunità scientifica, pur senza intaccare il fascino visionario che Musk esercita sul pubblico e, in particolare, sugli investitori.
La competizione nella competizione – Musk contro Bezos, entrambi contro Pechino, tutti sotto lo sguardo vigile di un’amministrazione che ha fatto del primato spaziale un traguardo politico imprescindibile – rende il quadro geopolitico più avvincente, ma non meno rischioso. Tra annunci a effetto, priorità strategiche costantemente ridiscusse e problemi tecnici ancora irrisolti, è la credibilità complessiva del programma spaziale statunitense a essere in gioco. E il tempo, nemico tradizionale di ogni programma extraterrestre, continua a scorrere mentre la Cina osserva, pianifica e avanza verso traguardi che via via appaino più realizzabili di quelli occidentali.