L’Italia al timone verso Apophis. Ohb e Tyvak con Esa per la difesa planetaria

Le due aziende, eccellenze nazionali, hanno firmato contratti con l’Agenzia spaziale europea per realizzare la sonda e uno dei due cubesat che andranno incontro all’asteroide

Di EMILIO COZZI

L’Italia guida una fra le missioni spaziali più attese del prossimo futuro: è Ramses, che nel 2029 vedrà una sonda dell’Agenzia spaziale europea andare incontro all’asteroide Apophis, mentre quest’ultimo si avvicinerà – senza costituire una minaccia – alla Terra. Sarà un’occasione unica per studiare un oggetto durante la congiunzione astronomica capace di portarlo a “un passo”, in termini astronomici beninteso, da noi.

Subito dopo aver concluso con successo la critical design review, il 10 febbraio, l’Esa ha firmato nuovi contratti con due eccellenze italiane, Ohb Italia e Tyvak International, per costruire la sonda e i suoi cubesat. Il lancio è previsto per la primavera del 2028; Ramses raggiungerà Apophis prima del suo passaggio ravvicinato.

Ohb responsabile della sonda

Ohb Italia sarà prime contractor dell’impresa, per lo sviluppo della Rapid Apophis Mission for Space Safety (Ramses). La firma, per un valore di 81,2 milioni di euro, fa seguito al contratto siglato nel 2024 (da 63 milioni) sempre con Ohb Italia, per lo sviluppo del progetto. Il valore totale dell’impegno europeo – la missione è in collaborazione con la Jaxa, l’agenzia spaziale giapponese – è di circa 150 milioni. Il veicolo spaziale è un cubo di due metri di lato, con una massa al lancio di circa 1.250 chilogrammi, di cui circa 650 di propellente. 

Ramses si avvicinerà fino a “circa un chilometro e monitorerà in tempo reale i cambiamenti di Apophis durante il flyby, fornendo una visione unica prima e dopo e migliorando la comprensione scientifica delle dinamiche degli asteroidi“, scrive Ohb Italia sul proprio sito. Le operazioni saranno condotte con telecamere ottiche e spettroscopiche per analizzare la superficie e la composizione chimica, insieme con uno spettrometro al plasma per studiare le interazioni tra il vento solare e la superficie di Apophis. L’obiettivo è indagare l’interazione dell’asteroide con l’attrazione gravitazionale della Terra.

Tyvak, il cubesat Made in Italy e l’eredità di Hera

La sonda di Ramses non sarà sola: porterà con sé due cubesat, uno dei quali Made in Italy. Lo costruirà la torinese Tyvak International, altra eccellenza del settore, con la quale l’Esa ha chiuso un secondo contratto, da 8,2 milioni di euro, per la realizzazione del piccolo satellite Farinella, in onore dello scienziato planetario italiano Paolo Farinella. Anche questo accordo ne segue uno da 4,7 milioni dedicato ai lavori preparatori.

Non è un caso: la complessità e la specificità della missione impongono un’esperienza e un know-how solidi.

Lo testimoniano le aziende coinvolte: di Tyvak è anche il cubesat Milani, costruito per la prima missione di difesa planetaria dell’Esa, Hera, lanciata nel 2023 e oggi in viaggio verso il sistema di asteroidi binari Didymos, dove arriverà entro la fine di quest’anno.

Sempre di Hera, Ohb System fu prime contractor con un ruolo fondamentale di Ohb Italia.

L’azienda che costruirà il secondo cubesat è la spagnola Emxys, la stessa che realizzò il cubesat Juventas per Hera. In entrambe le missioni, i cubesat iberici tenteranno non solo un’osservazione da lontano, ma anche un “touch”, la discesa sulla superficie. 

Con le dovute differenze, torna in mente un’altra gloriosa missione europea, portata a termine dalla sonda Giotto nel 1986 e diretta verso la cometa di Halley. Giotto fu eccezionale per più di un motivo: fu la prima missione dell’Esa nello spazio profondo; esattamente 40 anni fa incontrò quella che, ancora, è la cometa più celebre (dipinta da Giotto nella Natività), sfruttando un’occasione che si presenta una volta ogni 76 anni; fotografò per la prima volta un nucleo planetario, da una distanza di soli 1.300 chilometri, per poi transitare a meno di 600 chilometri dalla sua superficie. 

Anche nel caso di Apophis l’appuntamento sarà importante. Anzitutto perché sarà un incontro ravvicinato con un oggetto di dimensioni rilevanti, evento che – statisticamente – l’Esa stima possa accadere una volta ogni 7mila anni circa.

Scoperto nel 2004, per alcune settimane Apophis tenne col fiato sospeso gli scienziati: i calcoli sulla sua traiettoria mostravano una probabilità del 2,7% che potesse colpire la Terra nel passaggio ravvicinato del 2029. All’apparenza trascurabile, basterebbe ricordare che il calcolo riguardava l’eventualità di una catastrofe per capire quanto la preoccupazione fosse legittimità. Solo le osservazioni successive permisero di escludere che Apophis ci avrebbe centrati in pieno; passerà a 32mila chilometri dalla Terra, cioè più vicino di quanto siano i satelliti geostazionari (quelli della tv satellitare) e a meno di un decimo della distanza fra il nostro Pianeta e la Luna.

Un asteroide nel buco della serratura

Con i suoi 400 metri di diametro (circa), Apophis non avrebbe un effetto devastante come quello che causò l’estinzione dei dinosauri (un sasso cosmico da almeno dieci chilometri di diametro); tuttavia, cadesse su una città o su una regione densamente abitata, causerebbe danni ingenti e vittime. Secondo le statistiche degli istituti di ricerca e delle agenzie spaziali, quella di Apophis è la “taglia” di asteroidi che, più di altri, può rappresentare una minaccia: quelli così piccoli da essere poco luminosi e per questo difficili da vedere per i telescopi. 

La cosa è valida, in particolare, per gli asteroidi che viaggiano, in tutto o in parte, entro l’orbita terrestre, dove il Sole può “accecare” l’osservazione da terra. Andare a studiare Apophis da vicino è per questa ragione un imperativo scientifico, che permetterà di comprendere meglio oggetti simili per architettare sistemi e procedure di difesa. 

Anche perché rimane da ponderare un rischio: la distanza ravvicinata del passaggio, permetterà alla gravità terrestre di interferire e modificare la traiettoria di Apophis. È possibile che l’interazione avrà conseguenze anche sulla capacità di prevedere impatti futuri: se infatti Apophis attraversasse una precisa (e ristretta) zona dello spazio vicino alla Terra, quella che viene chiamata gravitational keyhole (“buco della serratura gravitazionale”), l’effetto potrebbe essere un impatto – improbabile, ma non impossibile sostiene Esa – nel 2068.

Un altro motivo per cui Ramses è una delle missioni più importanti fra quelle imminenti.



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