Artemis II: perché tornare verso Luna è più difficile di 50 anni fa

Il wet dress rehearsal test della missione è l’occasione per un confronto fra le ambizioni, le tecnologie e l’esito di Apollo e il programma in corso: il primo passo per una permanenza umana su un altro mondo

DI EMILIO COZZI

È una delle domande che vengono fatte con una certa regolarità a chi si occupa, o è semplicemente appassionato, di spazio: come è possibile che oltre mezzo secolo dopo l’Apollo 11, con tutti i progressi tecnologici in propulsione, materiali e potenza computazionale, si stia faticando nel riportare esseri umani sulla Luna? La questione è stata riaccesa dal recente rinvio di Artemis II, la seconda missione del nuovo programma lunare statunitense e la prima deputata a lanciare un equipaggio verso il nostro satellite naturale dal dicembre del 1972.

La (problematica) prova generale

Fra il 2 e il 3 febbraio (orari italiani), la Nasa ha condotto il wet dress rehearsal (Wdr) di Artemis II, al Launch Complex 39B del Kennedy Space Center. È una simulazione rigorosa del lancio, che prevede il rifornimento completo del razzo e l’esecuzione di tutte le procedure fino a poco prima dell’accensione dei motori.

Il test non è andato come previsto: durante la fase di riempimento rapido (fast fill) del serbatoio nello stadio centrale dello Space Launch System (Sls), i sensori hanno rilevato perdite di idrogeno all’interfaccia del tail service mast umbilical, il punto di connessione tra il razzo e la torre di lancio. Le operazioni sono state sospese due volte e sebbene le perdite siano state stabilizzate entro limiti accettabili e il Wdr abbia ripreso, il countdown è stato definitivamente fermato a T-5:15 minuti, quando la perdita di idrogeno è tornata a superare i valori consentiti durante la fase terminale.

Con più di tre anni tra un lancio di Sls e l’altro, ci aspettavamo di incontrare delle difficoltà“, ha dichiarato l’amministratore Nasa, Jared Isaacman. “Proprio per questo motivo abbiamo effettuato una prova generale. Questi test sono progettati per individuare eventuali problemi prima del volo“.

Poco dopo il test, la Nasa ha rinunciato alla finestra di lancio di febbraio (che si sarebbe chiusa l’11) e spostato il target a marzo, fra il 7 e l’11, ogni volta con circa 120 minuti di possibilità per decollare. Un secondo wet dress rehearsal dovrà essere completato con successo prima del via libera definitivo.

Un problema già visto

Il déjà-vu è inevitabile: durante la campagna di Artemis I, nel 2022, perdite di idrogeno simili avevano contribuito al rinvio di sei mesi e costretto a multiple ripetizioni del Wdr prima del decollo, riuscito il 16 novembre. All’epoca, la Nasa aveva implementato modifiche hardware e procedurali specifiche per prevenire il ripetersi del problema. “Questo ci ha colti di sorpresa“, ha ammesso John Honeycutt, presidente dell’Artemis Mission Management Team, durante la conferenza stampa del 3 febbraio. “L’interfaccia del connettore di idrogeno liquido è molto complessa. Quando si ha a che fare con l’idrogeno, che è una molecola piccola e altamente energetica, anche imperfezioni minime o detriti possono causare perdite“.

La differenza cruciale tra Artemis I e II è che, questa volta, in cima al sistema di lancio, ci sono quattro esseri umani: Reid Wiseman, Victor Glover e Christina Koch (della Nasa) e Jeremy Hansen, astronauta della Canadian Space Agency. Glover sarà il primo astronauta nero, Koch la prima donna e Hansen il primo non-americano a lasciare l’orbita terrestre bassa per spingersi nello spazio profondo, oltre la Luna.

Record a parte, andrebbero però colte le sostanziali differenze fra il primo programma lunare e quello in corso.

Apollo/Artemis: obiettivi, budget e cultura (del rischio) diversi

Mentre Apollo fu uno sprint innervato dallo spirito della Guerra Fredda, Artemis è una maratona tecnologica ben più ambiziosa. Tra il 1969 e il 1972, sei missioni Apollo portarono dodici astronauti sulla Luna per soggiorni brevi: la missione Apollo 11, quella del primo, storico allunaggio umano, portò Neil Armstrong e Eugene “Buzz” Aldrin a trascorrere appena 2 ore e 32 minuti sulla superficie selenica. Allora il record fu stabilito da Apollo 17, che rimase sulla Luna tre giorni. Gli obiettivi principali del programma erano dimostrare superiorità tecnologica, piantare qualche bandiera, raccogliere campioni e tornare a casa.

Artemis ribalta radicalmente questa filosofia: il programma punta a stabilire una presenza sostenibile e prolungata sulla Luna, in modo da gettare le basi per permettere di costruire un’economia lunare e, non ultimo, imparare a spingersi oltre, verso Marte in primis. Non si tratta più di visite mordi-e-fuggi, ma di creare infrastrutture permanenti. 

L’approccio è diverso anche nella cadenza: Apollo effettuò sei allunaggi in tre anni, poi si fermò. Artemis pianifica missioni “circa una volta l’anno“. Dove Apollo cercò prestigio, Artemis cerca sostenibilità. È la stessa differenza che intercorre tra turismo e insediamento.

Nonostante il traguardo sia decisamente più difficile da raggiungere e le complessità tecnologiche ben più alte, la Nasa segue un approccio estremamente conservativo. Ogni sistema deve essere verificato in maniera minuziosa prima di un volo con equipaggio; le anomalie devono essere risolte completamente prima che il countdown possa procedere. È un approccio che non tollera difetti, forgiato nella tragedia.

I numeri, infatti, evocano più di un dramma e non solo relativo al programma lunare. 17 astronauti Nasa sono morti in missione o durante test: oltre ai tre dell’Apollo 1 (Gus Grissom, Ed White, Roger Chaffee) nel 1967 durante un test a terra, ci sono le sette vittime dello space shuttle Challenger (inclusa Christa McAuliffe, un’insegnante scelta per effettuare esperimenti e lezioni in orbita) nel 1986; poi i sette astronauti dello shuttle Columbia (tra cui Kalpana Chawla, Rick Husband, Laurel Clark) nel 2003. Sono nomi incisi nella memoria dell’agenzia e dell’opinione pubblica.

Vero, gli anni recenti hanno testimoniato un approccio differente: SpaceX, a oggi leader globale nel segmento di lancio, opera per esempio con la filosofia del “test, fail, fix, repeat“. I primi tre lanci del suo Falcon 1 fallirono completamente. Dal quarto in poi è iniziata una serie quasi ininterrotta di successi. Il primo atterraggio riuscito di un primo stadio riutilizzabile del Falcon 9 è arrivato dopo numerosi tentativi falliti, ciascuno dei quali ha fornito dati preziosi. Quando si tratta di volo umano, però, anche SpaceX applica standard severi. In estrema sintesi, la tolleranza del rischio che, principalmente per motivi di competizione strategico-politica, all’epoca delle missioni Apollo era alta, oggi non consente lanci umani senza una certezza di riuscita uguale o superiore al 99%.

La questione dei finanziamenti

L’altra differenza sostanziale è economica: nel 1966, al culmine della prima Moon race, il budget Nasa raggiunse il 4,41% della spesa federale complessiva. Il programma Apollo costò complessivamente circa 290 miliardi di dollari attuali. Per l’anno fiscale 2026, il budget Nasa è di 24,4 miliardi di dollari, pari allo 0,35% della spesa federale. In termini percentuali, un decimo rispetto a quello di mezzo secolo fa.

Lo stesso Space Launch System è frutto di questa realtà finanziaria: il sistema di lancio impiega tecnologie che arrivano dallo Space Shuttle (i motori RS-25 dei primi quattro voli Sls sono gli stessi che hanno volato sullo shuttle) e componenti sviluppate per il programma Constellation, cancellato nel 2010. Non è un caso i critici lo definiscano, sarcasticamente, “Senate Launch System”, riferendosi al sostegno bipartisan nel Congresso, motivato dalle commesse industriali distribuite in tutti gli stati.

Il risultato si sostanzia in costi impressionanti: secondo il rapporto dell’Office of Inspector General della Nasa del 2022, ciascuno dei primi quattro decolli di Artemis richiederà 4,1 miliardi di dollari solo per la costruzione del vettore e le attività a terra (sono quindi esclusi i costi dello sviluppo, che dovranno essere distribuiti sul numero di esemplari effettivamente lanciati). Stime successive indicano che il costo per lancio del solo Sls rimarrà superiore ai 2 miliardi di dollari per i prossimi dieci voli. Per confronto, un Falcon Heavy di SpaceX – con due terzi della capacità di carico dell’Sls Block 1, la versione utilizzata per Artemis II – costa approssimativamente 150 milioni di dollari per lancio. Non andrebbe peraltro dimenticato che Sls ha volato una volta sola: l’unicità rende complesso ottimizzare le procedure operative.

I problemi ancora irrisolti

Oltre alle perdite di idrogeno, Artemis I rivelò un’anomalia preoccupante: l’erosione inattesa dello scudo termico della capsula Orion durante il rientro atmosferico. Lo scudo è costruito in Avcoat, un materiale ablativo che dovrebbe consumarsi in modo controllato. Invece, durante il rientro in atmosfera a una velocità di circa 40mila km/h, il materiale si consumò in modo più irregolare e intenso del previsto.

La Nasa ha identificato la causa principale: una combinazione di traiettoria di rientro e permeabilità del materiale. Per questo, per Artemis II, non si è scelto di modificare l’Avcoat (soluzione che avrebbe ulteriormente ritardato la missione), ma di cambiare la traiettoria di rientro, rendendola meno stressante dal punto di vista termico. “I ritardi sono stati un’agonia“, ha ammesso Reid Wiseman, il comandante di Artemis II. “Ciò che volevamo, però, era conoscere la causa principale. Ci abbiamo messo il tempo necessario. Il processo è stato trasparente, anche per l’equipaggio“.

La corsa contro il tempo (e contro la Cina)

Lo slittamento di Artemis II a marzo o aprile ha un effetto domino: Artemis III, la missione a oggi deputata a riportare il genere umano sulla Luna, è ufficialmente programmata “non prima del 2028” (l’ultima timeline ufficiale menziona il mese di settembre). Ma Artemis III non dipende solo da Sls e dalla capsula Orion: serve il lander, il mezzo che trasporterà due astronauti sulla superficie.

La Nasa ne ha affidato lo sviluppo a SpaceX, con un contratto da 2,9 miliardi firmato nel 2021. Ma la Starship – il veicolo in fase di test dell’azienda di Elon Musk – impiega tecnologie e promette operazioni mai dimostrate e decisamente complesse: fra tutte, il rifornimento in orbita terrestre di carburante, a temperatura criogenica. Per raggiungere la Luna con propellente sufficiente per atterrare e ripartire, infatti, la versione modificata di Starship, chiamata Moonship, dovrà essere rifornita in orbita da un numero non meglio precisato (si stima nell’ordine di 10-12) di “tanker”.

Al momento, e secondo documenti interni di SpaceX ottenuti da Politico nel novembre 2025, la compagnia prevede che la prima dimostrazione di rifornimento orbitale fra due Starship sarà a giugno 2026. Esattamente un anno dopo, nel giugno del 2027, SpaceX ha previsto un allunaggio dimostrativo senza equipaggio. Quindi, nel settembre del 2028, arriverà la prima opportunità di una missione con equipaggio. Sono tempi non ancora concordati con la Nasa e stabiliscono una progressione i cui termini – sempre se rispettati – cadrebbero comunque oltre quelli del piano originario.

A ottobre del 2025, l’amministratore ad interim della Nasa, Sean Duffy, parlò pubblicamente dei ritardi di SpaceX e annunciò la riapertura della competizione contrattuale per la realizzazione del sistema di allunaggio umano di Artemis III – l’Hls -, invitando Blue Origin e chiunque possa garantire il risultato entro 18 mesi a presentare proposte.

L’azienda spaziale di Jeff Bezos ha già un contratto da 3,4 miliardi di dollari (firmato nel maggio 2023) per fornire il lander Blue Moon Mark 2 per Artemis V, missione prevista per il 2030. Secondo Eric Berger di Ars Technica, Blue Origin starebbe lavorando “aggressivamente” e in modo autonomo a una soluzione alternativa anche per Artemis III, basata sul più semplice Blue Moon Mark 1, che non richiede rifornimento orbitale. Il Mark 1 è già in produzione avanzata, con il primo esemplare completato a ottobre 2025.

Se Blue Origin riuscisse a qualificare rapidamente il Mark 1 per il volo umano, potrebbe battere SpaceX nel primo allunaggio umano di questo secolo. Almeno in questo caso specifico, sarebbe un’umiliazione per l’azienda di Musk e un fallimento del suo approccio iterativo.

La posta in gioco geopolitica

Quella fra i due space billionaires non è certo l’unica competizione “lunare” in corso. E nemmeno la più rilevante: dietro calcoli tecnici ed economici, la corsa è geopolitica. La Cina ha infatti annunciato ufficialmente l’obiettivo di portare taikonauti sulla Luna entro il 2030, con un allunaggio al Polo sud – la stessa regione target di Artemis III. I successi registrati in diversi test, l’estate scorsa hanno fatto ipotizzare a molti esperti che Pechino potrebbe anche raggiungere l’obiettivo già nel 2028.

Dobbiamo arrivare per primi“, ha ripetutamente dichiarato Bill Nelson, ex amministratore Nasa (sostituito da Isaacman nel gennaio 2025). “Non possiamo permettere che la Cina stabilisca norme e pratiche sulla Luna, che potrebbero includere il divieto ad altre nazioni di accedere a certe aree“. L’amministrazione Trump ha fatto dell’esplorazione lunare una priorità, con l’obiettivo di un allunaggio statunitense entro la fine del mandato presidenziale (gennaio 2029). A oggi, è una rincorsa contro il tempo.

Se il secondo wet dress rehearsal avrà successo e non emergeranno ulteriori anomalie, Artemis II potrebbe decollare tra marzo e aprile, portando quattro astronauti in un volo circumlunare di una decina di giorni e più lontano dalla Terra di qualsiasi essere umano nella storia. Tuttavia, prima di rivedere impronte umane su un altro mondo, bisognerà aspettare almeno il 2028, forse di più. I problemi tecnici dell’Sls, i costi, i ritardi di Starship e la concorrenza cinese configurano un quadro complesso.

Più di 50 anni dopo l’Apollo 11, tornare sulla Luna si è rivelato molto più difficile di quanto si potesse immaginare. Non per mancanza di tecnologia o competenze, ma per un insieme complicato di obiettivi diversi e mai raggiunti prima, finanziamenti ridotti, standard di sicurezza elevatissimi e tempi politici stringenti.

La Luna resta, in media, a 384.400 chilometri di distanza. Ma la strada per raggiungerla sembra molto più lunga.



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