La nuova corsa ai razzi riutilizzabili

Dieci anni dopo il primo storico rientro di un booster di SpaceX, Blue Origin riporta a terra il primo stadio del New Glenn. La Cina è in rampa di lancio; l’Europa insegue

DI EMILIO COZZI

Il 21 dicembre del 2015, pochi minuti dopo il lancio, il primo stadio di un vettore Falcon 9 dell’allora non così nota Space Exploration Technologies Corporation tornava a posarsi sulla Landing zone 1 della Cape Canaveral Space Force Station, in Florida, centrando con delicatezza una “X” disegnata sull’asfalto nero. 

Non era mai successo che, dopo il decollo, un razzo spaziale tornasse indietro e atterrasse.

Space Exploration Technologies Corporation, che il mondo stava imparando a conoscere come SpaceX, mostrò la strada inaugurando de facto un’altra space race. Da quel momento il paradigma di accesso allo spazio sarebbe cambiato e arrivare in orbita non avrebbe più rappresentato l’unico obiettivo; l’affidabilità dei vettori si sarebbe misurata insieme con la loro sostenibilità di lungo periodo e con la frequenza di lancio. Assicurarsi una solida filiera di razzi spaziali, capaci di tornare al suolo per poter volare ancora e ancora, avrebbe costituito una priorità strategica. 

È comunque servito un decennio prima che qualcun altro replicasse l’impresa dell’azienda di Elon Musk: è stato Jeff Bezos, con il booster del nuovo lanciatore “pesante” New Glenn, al secondo tentativo. Due lustri per confermare quanto il riutilizzo di vettori spaziali non fosse, né è, una stravaganza futuristica da miliardari col pallino cosmico; al contrario, la nuova economia del settore si fonda su servizi di trasporto, oltre che affidabili, sempre più on demand

Serve lanciare carichi più piccoli e molto più spesso (il record di decolli annuali viene sbriciolato ogni anno, e il 2025 confermerà la tendenza); gettare via un intero razzo ogni volta è un’abitudine da abbandonare. 

Per ora SpaceX ci è riuscita riutilizzando almeno una parte – i booster del Falcon 9 – sebbene con Starship prometta di creare il primo veicolo completamente riusabile nella storia del volo spaziale.

Nel mentre, per sapere chi sarà il prossimo, bisogna guardare alla Cina.

Pechino in rampa di lancio

Nei giorni scorsi due segnali forti sono arrivati dai debutti orbitali dello Zhuque-3 di LandSpace, il primo grande vettore cinese progettato per il recupero del primo stadio, e del Lunga Marcia 12A, anche noto come CZ-12A. Il volo dello Zhuque-3 ha centrato l’obiettivo principale, cioè l’inserzione in orbita, ma il recupero non è riuscito a causa di un’anomalia nella fase finale del landing burn.

Epilogo simile per il Lunga Marcia 12A, la cui versione riutilizzabile è sviluppata dall’Accademia di Tecnologia Spaziale di Shanghai, la Sast, sussidiaria del colosso statale Casc: dopo – pare – aver raggiunto l’orbita con successo, il primo stadio del razzo si è schiantato al suolo nel tentativo di appoggiarvisi con un rientro controllato.

I pieni successi sarebbero stati un evento epocale; così si è trattato “solo” di due eventi eccezionali, che confermano come, oggi, Pechino non disponga ancora della tecnologia di SpaceX e Blue Origin. 

Nonostante la perdita dei booster, il profilo di rientro completo, almeno dello Zhuque-3, è stato validato: il vettore è sopravvissuto alla fase di discesa in atmosfera, ha dimostrato capacità di guida e controllo aerodinamico paragonabili a quelle del Falcon 9, e fatto dello Zhuque-3 il progetto privato più evoluto nel segmento lanciatori di tutta la Cina. E nel contesto globale, in particolare fuori dagli Stati Uniti.

Anche un’altra azienda privata cinese, iSpace, è sul pezzo con Hyperbola-3, attorno al quale sta costruendo un intero ciclo del riuso: una nave di recupero marittimo dedicata (Xingji Guihang) e una fabbrica di assemblaggio e test avanzati dei sistemi di bordo.

Il primo volo orbitale con recupero è programmato nel 2026. 

Space Epoch ha testato con successo a maggio il suo Yuanxingzhe-1, con un “salto” e ritorno a terra. 

Sempre in Cina, anche il Tianlong-3 di Space Pioneer – con un primo stadio riutilizzabile – si è staccato dalla sua rampa a settembre del 2024. Purtroppo non per un decollo intenzionale: sarebbe dovuto restare inchiodato a terra per uno static fire test. Il risultato è stato un disastro. Il Dragone celeste – questo significa di Tianlong – dovrebbe comunque svettare oltre l’atmosfera tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2026. 

Discorso identico per Cas Space, che con il suo Kinetica-2 punta al rifornimento della stazione spaziale della Repubblica popolare, la Tiangong.

Fts Space sta sviluppando Qitian-1, Cosmoleap il Leap-1: anche con i futuri lanciatori riutilizzabili la Cina ambisce a ricordare di essere grande e popolosa.

Dopo il lancio del Lunga Marcia 12A, sul versante statale la China Aerospace Science and Technology Corporation (Casc) programma in data ancora da definirsi il debutto del Lunga Marcia 10A, per il quale la stessa Casc adotterà una modalità di recupero del primo stadio che non prevede un atterraggio, ma l’impiego di una “rete” attraverso una piattaforma navale. Il primo tentativo è previsto entro la fine del 2026. 

12 mesi sul launch-pad

Elenchi alla mano, nel 2026 sono attesi ben 13 debutti di vettori almeno in parte riutilizzabili. Si tratta, soprattutto, di razzi “leggerissimi”, capaci di trasportare poche centinaia di chilogrammi in orbita bassa (o Leo, cioè entro i 2mila chilometri dalla Terra). 

Tra loro meritano una menzione Agnibaan dell’azienda indiana AgniKul Cosmos e Nova di Stoke Space, progettato per essere interamente riutilizzabile. 

Costituiscono eccezioni “più pesanti” gli americani Eclipse di Firefly Aerospace e il Neutron di Rocket Lab, che possono spingere rispettivamente 16 e 13 tonnellate in Leo. 

Terran R di Relativity Space si spingerà anche oltre, potendo trasportare 33 tonnellate di carico verso l’orbita bassa. 

Non andrebbe dimenticata, ovviamente, Starship di SpaceX, che nei primi mesi del 2026 dovrebbe testare la nuova versione Block 3.

I (prossimi) tentativi europei

L’Europa partecipa alla “corsa” con i progetti finanziati dal Future Launchers Preparatory Programme e dalla European Launchers Challenge, entrambi dell’Agenzia spaziale europea (di cui su queste pagine si è scritto di recente in merito ai finanziamenti del Consiglio Ministeriale).

Tra i progetti più avanzati c’è Themis, un prototipo sviluppato da ArianeGroup: è un modello di test per il primo stadio di un lanciatore, la cui tecnologia sarà utile anche per un altro progettato per il riuso, il razzo Maia di MaiaSpace (azienda sempre nell’alveo di ArianeGroup). 

I primi test di decollo e atterraggio verranno effettuati allo spazioporto norvegese di Kiruna nei prossimi mesi. Anche il volo inaugurale di Maia (altro vettore “piuma”, con soli 500 chilogrammi di carico) è previsto per il 2026, mentre per il primo tentativo di recupero del suo booster bisognerà aspettare l’anno successivo.

Per vedere volare con il suo primo stadio riutilizzabile Ariane Next, l’evoluzione dell’Ariane 6, l’attuale lanciatore “pesante” europeo, l’attesa potrebbe invece protrarsi addirittura fino al prossimo decennio.

Tornando al 2026, altri tre razzi parzialmente riusabili della European Launchers Challenge potrebbero prendere il volo: il Miura 5 della spagnola Pld Space (concepito per carichi poco sopra la tonnellata); Prime della britannica Orbex (che trasporta fino a 180 kg) e Rfa One della tedesca Rocket Factory Augsburg (1.600 kg).

È interessante notare come la maggior parte dei modelli sia dotata di potenza “modesta”, che implica costi minori sia in termini di sviluppo che di materiali. È l’idea di un servizio di trasporto taylor made, anche per un solo cliente, e con possibilità di produzione in serie, quindi scalabile. Ma insieme il primo passo per diventare “grandi”.

L’Italia con Avio

L’Italia, con la Francia l’unico attore europeo attualmente in possesso delle tecnologie e dei mezzi per accedere allo spazio, non sta progettando nuovi razzi riutilizzabili

Avio, l’azienda che produce il Vega C e i booster dell’Ariane 6, sta sviluppando Vega Evolution (Vega E) e, in parallelo, motori a propulsione liquida (ossigeno e metano), cioè riaccendibili, che in futuro potranno spingere un vettore da riciclare. 

Un contratto siglato di recente con l’Esa prevede lo studio di uno stadio superiore (deputato a rilasciare il carico sull’orbita prevista) che possa venire riutilizzato. 

Gli stati superiori capaci di rientrare in atmosfera devono resistere alle alte temperature del deorbiting, con motori per rallentare o sistemi per planare e tornare intatti al suolo. Sono caratteristiche essenziali anche per un altro tipo di veicolo: le capsule per equipaggio. Che l’Europa non ha e di cui si è parlato poco anche alla recente Ministeriale – a Brema lo scorso novembre – dove i ministri dei Paesi membri decidono come e quanto finanziare strategie e programmi spaziali del triennio successivo. Frattanto progetti per veicoli cargo riutilizzabili come quello ancora senza nome di Thales Alenia Space, Susie di ArianeGroup o Nyx di The Exploration Company (i principali concept avanzati) procedono, ma una loro futura evoluzione in trasporti per equipaggio rimane, al momento, prevedibile ma del tutto ipotetica.



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